giovedì 14 febbraio 2013

contro Europa occidentale


Sono in un taxi giallo a Minsk.
Non ho ancora avuto il tempo di girare la città ma intuisco da ogni dettaglio che intravedo dal finestrino che non siamo nella Comunità Europea né nei  paesi che aspirano a esserne inclusi.
Luci lampeggianti  blu e verdi sotto cupole di plastica, uscite delle metro che sembrano propaggini di astronauti che non abbiamo avuto il coraggio di costuire negli anni ’70.
Domani vedrò palazzi dello sport che imitano sottomarini e case allungate che desiderano essere scambiate per barche a vela.
Per ora resto seduto dietro il taxi guidato dal padre di Ilia che ci sta riportando a casa dopo la sauna.
Nessuno parlava inglese, quando mi ascoltavano mi fissavano le labbra, domani sarò osservato come un alieno nei vagoni della metro.
"Sono un uomo"mi hanno detto quattro russi, bevevamo in sincrono bicchieri di vodka nelle pause , presumevano che in quanto italiano mi fossi dimenticato come si beve.
Hanno giustamente poco rispetto per lo straniero, qui è ancora un forestiero, vezzegiato e deriso.
Scherzano sul loro presidente e sulla mancanza di democrazia paragonandola alle ossessioni per la figa di Berlusconi, quando ci si spinge troppo in là nella critica interviene il boss della sauna, un omone altro più di uno e novanta, grosso, dal sorriso poco rassicurante, il gestore dell’acqua calda sostiene che i media esagerano e da una cosa piccola ne viene fuori una grande, le faccende non vanno così male, taglia il discorso politico con un brindisi delle loro parti.
Che tutto resti uguale, traduce Ilia, mi spiega che un giorno puoi essere un principe, l’altro un povero, meglio accontentarsi, che tutto resti uguale, in fondo le cose potrebbero anche peggiorare, anche se di principi attorno non ce ne sono.
Brindo, so che si tratta di una resa alla mancanza di libertà ma condivido la frase dal punto di vista esistenziale, l’unico che mi interessa, sono sollevato che si cambi argomento.
Alla fine si mettono a intonare canzoni sulla guerra.
La grande guerra patriottica qui la chiamano, mica la seconda guerra mondiale, canti sui partigiani, domani andrò a vedere un museo in cui ci sono affisi manifesti di proaganda e poi vecchi fucili e cannoni, uniformi, medaglie, apprezzo l’orgoglio russo e penso con fastidio ai musei dell’Europa centrale che raccontano di liberazione dall’oppressione sovietica saltando e dimenticando completamente le premesse, la liberazione.
Sputo mentalmente sull’Ungheria fascista ben prima di essere occupata dai tedeschi, sugli ustascia croati, semplicifico perchè ho bevuto , confondo  personale e generale, sono debole e in preda alle suggestioni di scadente vodka liscia.
Me ne sto in un angolino del taxi e sorrido a ogni cosa, ai cumuli di neve ben sistemati sui lati della strada, al finestrino rigato dall’acqua, all’effetto della condensa sulle luci esterne, al mio pessimo inglese che qui sembra un dono del signore oppure un incantesimo del diavolo, a seconda di chi ti ascolta.
Sorrido e mi lascio trasportare, per la prima vota dopo anni mi sembra di capire il senso del viaggio del non farsi comprenere e del non comprendere bene le cose attorno e immaginarsele.
Sono euforico ma so che questo coraggio passerà domani quando camminerò per le strade e dopo un po’ resterò indifferente a tutto, mi coglierà una nostalgia improvvisa di una casa che non c’e da nessuna parte e mi vergognerò della banalità di questa riflessione.


giovedì 24 gennaio 2013

Contro soliti discorsi


Antonio lavora come consulente aziendale, fuma ancora marijuana ma è un uomo serio.
Il suo passato studentesco è solo una miniera di aneddoti da cui attingere nei dopocena.
Antonio non vede l‘ora che finiscano i discorsi leggeri per poter iniziare ad abbordare questioni più complesse, da adulti.
Ad esempio la questione cinese gli sta a cuore, ha una sua teoria per spiegare il successo dei cinesi.
Lavorano con meno diritti sindacali ma in modo più efficiente, con maggior impegno, cita come esempio tale Yang, un tizio che si occupa dell’assistenza per Blackberry e I Phone.
Aggiusta e risolve in due giorni dove altri ce ne impiegano dieci, nel suo laboratorio piccoli cinesi non si staccano nemmeno un attimo dai visori che utilizzano per intervenire sui circuiti hardware.
Yang ha imparato pure a trattare con i clienti, offre degli sconti, pratica non più consueta fra i commercianti italiani.
Parla di Yang con chiaro rispetto, quello concesso ai vincenti.
Si sta prendendo tutto il mercato romano annuncia con enfasi.


Malgrado la sua aria simpatica, alla mano e i capelli scarmigliati in modo gradevole, immediatamente ho diffidato di Antonio.
Aveva un orologio troppo ingombrante al polso e mi ha stretto la mano con forzata cordialità.
Ora mentre parte da Yang e prosegue con questioni di politica economica, sta perdendo pian piano interlocutori.
Le donne hanno la scusa di sistemare il tavolo del buffet, altre stanno giù in cucina, è rimasto solo un ragazzo dall’aria simpatica, di quelli rigidi, seri, ma con un ghigno di sarcasmo incollato sempre alle labbra.
Mi delude perché lo sta ad ascoltare e mostra di approvare, ogni tanto interviene portando i  suoi esempi.
Lavora per una casa editrice di libri per l’infanzia,stampano libri di cartone pieghevoli per  bambini da 2 a 4 anni, tutto è prodotto in Cina, i suoi esempi però mi paiono sbiaditi rispetto al lampante modello di Yang e del  suo laboratorio.


Mi immagino che un discorso del genere sia affrontato in forme e modi diversi in miriadi di abitazioni simili a questa.
La festa in terrazzo si è conclusa, siamo nell’ingresso ed io devo sorbirmi mezzora di conversazione senza avere alcun desiderio di intromettermi e spezzare quel portentoso equilibrio di buon senso.
É così incantevole quanto la gente si trova d’accordo,
mi ricordano quelle cene di avvocati e professionisti di provincia, dove al momento dell’amaro tutti reputano altamente desiderabile proclamarsi concordi su alcune questioni di fondo.
E’ un atteggiamento che rende gli animi pronti alla digestione e prepara al sonno ristoratore.

Non sopporto più i discorsi normali, hanno la funzione di appianare ogni differenza.


Non importa se nella discussione ci impieghi la competenza del professore universitario, del giornalista con l’esperienza radicata sugli esteri, oppure semplicemente quella media e sensata del lavoratore alla prese  con committenti cinesi alla Yang.
In ogni caso sempre di cazzate si tratta e le persone spesso se ne accorgono perfino, anche se a volte dissimulano bene dando alla conversazione un’inutile aria di importanza .
In realtà nel frattempo tutti pensano a cosa avverrà dopo, ad una tizia da scopare, a un dubbio d’amore da risolvere, tutti stanno pensando a dopo e nessuno ha il coraggio di affermarlo a voce alta.

giovedì 10 gennaio 2013

Contro feste finte hippie


Il titolo dell’evento è Immence love.

La stradina che ci porta al villino è di quelle strette che si sono fatte spazio fra le case assumendo con il passare del tempo la natura di autentica strada.
Prima sabbia, poi ghiaia, quindi il passaggio all’era dell’asfalto e la riconoscibilità pubblica per mezzo di targa apposita e rintracciabilità sul gps che ci consente di arrivare a destinazione.
La casa bassa è stata tirata su grazie a condoni successivi o a piani regolatori lassisti degli anni ‘70, è in una  zona di Roma periferica ma in direzione mare dove ancora è intensa l’attività di costruttori piccoli e grandi, attorno incombenti scheletri di calcestruzzo.

Appena entriamo dentro, il padrone di casa, in maglietta rossa con su stampato il logo della manifestazione, ci accoglie con il suo miglior sorriso.
Ci invita a depositare le bevande nei bidoni neri stracolmi di ghiaccio secco.
Spiega le pochissime regole dell’evento e ci raccomanda di lasciarci andare, sembra lui il primo a non esserne persuaso.
Andiamo a rifornirci di cibo a un buffet, sono le quattro e mezzo e la masturbazione mi ha fatto venire ancora più fame.

Alla festa ci sono fintissimi figli dei fiori, la cosa peggiore è che il lunedi andranno a lavorare e già si accingono a lamentarsi ad alta voce della crisi che potrebbe mettere a rischio il loro posto fisso.
Sul loro giornale di riferimento il direttore barbuto e ottuagenario oggi descriveva liricamente gli arbusti della residenza estiva del presidente della repubblica che sta andando a intervistare, definiva ilare il verso dell’upupa che risuonava nel parco antistante l’edificio, quindi si dichiarava preoccupato per il paese.

Il regolamento affisso su una bacheca con ghirigori grafici attestanti vane ambizioni creative prevede scoppi di gioia improvvisa, mi guardo attorno, la spensieratezza mi sembra immotivata.
Sul prato verde rasato meticolosamente persone sdraiate, consentito l’uso di marjuana con moderazione, i gruppetti restano separati, alcuni sono venuti con compagna e se la tengono stretta gelosamente, altri addirittura con bambini molesti che spruzzano acqua dalle pistole e cercano di fregarti il posto al tavolo del ping pong.

Sono tutti lavoratori che credono nell’amore e non lo compiono.
In una festa simile negli  anni ’70 ci sarebbero stati degli accoppiamenti esibiti, qui invece tutto termina con delle simulazioni.
Simulazioni di barbecue alll’americana, simulazioni di ubriacature, simulazioni  di musica.
Un tizio monta una batteria Pearl con doppia cassa, prevedo del rock, invece un trio suona del rytmn’ and blues blando alternato a classici degli anni ’60  e ’70, un medley di Doors e Led Zeppelin che seguo a fatica, qundi partono delle improvviszioni che non portano a nulla.
Non sopporto gli  assolo ecco perchè  mi annoio spesso ai concerti jazz, prima o poi inizia sempre uno con il suo maledetto pezzo solista, presume di dimostrare la sua bravura; gli anni passati ad imparare uno strumento sono esposti tutti lì davanti a te, a farsi ammirare.
Gli altri musicisti stanno lì senza far niente, aspettano annoiati anche loro come me ma fingono di essere estasiati, ogni tanto abbassano la testa con un segno di approvazione, altre volte la scuotono simulando uno stupore per una capacità tecnica intravista da loro e che io trovo vana.

E’ un grande trucco, tutti fingono di credere in qualcosa su cui non c’è alcun fondamento.
Detesto i musicisti, quasi il 99 per cento di loro non valgono nulla, bisognerebbe promulgare una legge che preveda una patente per suonare in pubblico, detesto sopratuto le cover band, cosa spinge a cantare canzoni di altri e vestirsi come se fossimo in un’altro tempo ?
Bisognerebbe provare ad essere originali nella vita, anche se si sbaglia, bisognerebbe sempre cantare nella lingua che ti hanno insegnato da piccolo, cantare in un’altra lingua non ti riuscirà mai bene.
Alla migliore cover band preferisco la band di dilettanti che hanno il coraggio di lasciarsi demolire da quelli come me.
E’ piu facile fare il musicista che lo scrittore se vuoi beccare figa, forse è questo il motivo di tutti questi suonatori.
Anche questi tre che suonano oggi stanno esibendosi solo per la figa.
Il tastierista si mette a petto nudo, ogni tanto scherza imitando le voci di quelli famosi.
Sopratuttto Berlusconi, funziona sempre Berlusconi, ha la voce pù imitabile del mondo, nessuno è come lui, penso che si sia scelto la sua voce di proposito come il sorriso che secondo quelli di Repubblica è dovuto a uno specifico allenamento intensivo di un osso, il massettere, ci scrissero un pezzo assurdo anni fa.
Non riesco a nascondere la noia, leggo senza alcun interesse una rivista, mangio per occupare il tempo, fisso per quasi mezzora una ragazza che fa roteare dei nastri,  assolutamente conscia di avere un gran culo.
Il culo è fasciato da un pareo, il perizoma divide in due sezioni perfettamente simmetiche le chiappe, commento con un mio amico.
Psservo i movimenti di tizi che provano approcci rapidi e goffi, noto con indifferenza i tentativi senza conseguenze.
Qualcuno alla fine della festa resterà sull’erba a guardare le stelle pensando che anche stavolta non è riuscito a metterlo dentro a nessuna e che domani si lavora, e via di questo passo con le recriminazioni.

Dall’altra parte del giardino arriva la voce chiara e ben amplificata dell’organizzatore che estrae i numeri della lotteria  di autofinanziamento, in regalo magliette, borse e cappellini che sottoscrivono l’allegria.
Prima di iniziare l’estrazione il ragazzo con barbetta incanutita ringrazia il padre e la madre, anche se cerca di essere leggero il tono della voce risuona emozionato,  la cosa mi fa ribrezzo.
Il padre ha più personalità del figlio, non è mai stato un hippie ma ha pensato per un momento di volerlo diventare.
A fine serata i musicisti smettono finalmente di suonare, qualcuno seleziona delle canzoni da un computer per far ballare la gente, è un ballo che non ha scopi sessuali, è completamnte autosufficiente, inutile, c’è il triangolo di Renato Zero, tainted love, tutte parlano di sesso, nessuno raccoglie il suggerimento.

La coppia piu sensuale è formata da due sessantenni insegnanti di liceo venuti qui con pantaloni colorati, lui a petto nudo si bacia la bella quasi andata, se la tira sulle gambe mentre in sottofondo c’è una canzone dei Beatles.
Gente più giovane di me si scatena ascoltando il twist, li compiango scuotendo la testa mentre mi muovo in pista simulando scioltezza.



mercoledì 9 gennaio 2013

Contro l'assenza



É arrivata la perturbazione.
I giornali on line titolano Roma in ginocchio.
Le polemiche stanno per cominciare ma non mi toccheranno, sono contento.
Vedo in Internet un film di Bergman, per molti versi è disperato ma è così bello che non comunica angoscia, solo una forma di gratitudine.
Applaudo su alcune scene; il mio applauso, muto al cinema, a casa può diventare finalmente rumoroso.
Fuori c’è silenzio, crescerà man mano che le ore passeranno e le auto non potranno circolare.
Le istituzioni dicono di rimanere a casa a meno di non avere urgenti necessità, ci vogliono al calduccio mentre sdraiati sul divano guardiamo le loro televisioni, la loro emergenza incessante, ansiogena.
Parla il ministro e guardo i fiocchi cadere, fa una dichiarazione il sindaco e chiedo alla neve di cadere più forte, di fargliela vedere.
Fra poco uscirò quasi per dispetto, non ho alcun timore del ghiaccio, intanto butto fuori degli urletti, potrei star diventando pazzo o bipolare, mi tengo stretta l’euforia.
Si può essere felici per un messaggio che arriva anche se non cambia nulla, e per questa poca neve che travolge la città e ne ottiene il silenzio.
L’anno scorso il cortile rimase giallo sporco, i frigoriferi del supermercato continuarono a ronzare, quest’anno invece per fortuna chiuderà causa clima.
La gente domani mattina cercherà un supermercato aperto per potersi rifornire di scorte per la fine del mondo che inconsapevolmente auspica ed il mondo sarà diviso fra chi cercherà disperatamente un supermercato aperto e chi girerà per la città come me.
il chiosco sotto casa è diventato più invitante, mi viene voglia di comprare ogni tipo di verdura e di frutta commestibile, le arance lucidano brillanti.
Prima mi sono collegato con il mondo,  ho mandato messaggi, non addii, arrivederci a persone amate, in fondo non ci lasciamo mai completamente, le cose non finiscono mai del tutto.

Esco, le luci artificiali sembrano più umane, ad ogni passo mi sento meglio.
Prendo la metro strapiena assieme a tre amici, ci inerpichiamo su una strada ordinaria, ha un fascino che non hai mai avuto né mai più avrà, c’è un mini market aperto, i bengalesi salvano il mondo vendendo birra e vino scadente, gli altri negozianti hanno chiuso precipitosamente le saracinesche.

Sento di voler essere misericordioso, accettare i più stupidi.
Ora sono felice per ognuno, per chi fa tango nei centri sociali di periferia, per chi si crede attore di teatro e lo fa malissimo, per chi prova a far ridere e sbaglia tutte le battute, per chi sogna di andarsene in un altro paese e lo dichiara in modo ingenuo.
Potrei anche parlare con il più idiota e scovargli una qualità che lo renda degno di attenzione.
Per un po’ avrò totale fiducia nel mondo, come un bambino o un maestro.
Durerà un paio di giorni e poi finirà un lunedì qualsiasi quando le radio e le tv diranno che è tutto a posto, che siamo tornati alla normalità.


martedì 28 agosto 2012

Contro semaforo


Il tizio affianco a me sopra una Mercedes scoperta da 80000 euro ascolta una canzone di Sting, era su un disco che ebbe molto successo, c’erano anche un paio di duetti con Eric  Clapton, ballate lente con arrangiamenti facoltosi, tristezza fuori moda, anni ’90.
Ha i capelli lunghi alle spalle, è stempiato alla nuca, ha il pizzetto che portavano certi artisti di Roma qualche  tempo fa.
Potrebbe essere un ex attore, un figlio di imprenditore, è triste, guarda nel vuoto al semaforo.
È mio fratello anche se non lo sa.
A lato vengo sorpassato da una Alfa rossa aggressiva nel cambio di marcia, a lato una ragazza carina e con esperienze sporadiche di cocaina, è acconciata come molte universitarie carine italiane, non me lo farebbe venire duro magari abbia tutto per eccitarmi, mi fissa male e non si sente mia sorella.
A guidare la macchina un tizio sbarbato di fresco, dietro il collega di sinistra, pizzetto e barbetta.

A medio volume una canzone recente di Capossela che probabilmente il ragazzo apprezza e incita mentre quello al volante tollera a fatica, soltanto per compiacenza.
Quello davanti si scopa la tizia al suo fianco, la tizia forse si scopa tutti e due, continuano a osservarmi perché la carrozzeria della mia  auto è sporchissima, tinteggiata di escrementi di uccelli metropolitani, è un auto che non ha alcun fascino, ha montato su perfino il gpl.
Decido di non guardarli e alzo la canzone che sto sentendo alla radio, un vecchio pezzo romantico di Luca Carboni.
Carboni  è sottovalutato, mica lo considerano come Capossela.
Alzo il finestrino non per il caldo di questa notte di agosto ma perché voglio inscenare una disputa sonora fra le tre canzoni, voglio che le onde sonore si mescolino in un semaforo qualunque di viale Parioli.
Riguardo di nuovo il borghese con pizzetto, non sembra accorgersi delle musiche altrui e nemmeno del brano suonato dallo stereo della sua auto perfettamente armonizzato con il suo volto
Scatta il verde, il tizio parte con più dolcezza dell'Alfa, resto buono terzo, non potevo fare di meglio con la mia ripresa lenta
Si allontanano le parole di Sting, il ritornello dice it’s probably me, c’è malinconia come nel brano di Carboni, ma è posticcia e non è colpa solo della lingua che non padroneggio abbastanza.
Il tizio è lontano, non so cosa cerchi nella notte.


venerdì 24 agosto 2012

Contro le bancarelle sul Tevere



Il Lungotevere è occupato dalle bancarelle per l’estate.
E' la stagione in cui la gente veste peggio e mostra le sue debolezze senza ritegno.
Lei chiede al ragazzo se la prossima volta vanno a Porta di Roma, al centro commerciale.
E’ mora, alta, ha spalle e braccia robuste, lui è rasato, ha un tatuaggio sul braccio, le dice sì certo amò con inflessione romana .
Stanno assieme da poco, mi passano accanto.
Camminano uno accanto all'altro, sono annoiati senza nemmeno rendersene conto, pigri e indolenti come decine di coppie che si abbracciano con occhi vuoti.
Coppie borghesi, coppie povere, impiegati, professionisti, tutte ugualmente amanti per rassegnazione, paura, mi fanno pena, il loro futuro è disseminato di figli e uscite domenicali.
Le bancarelle etniche continuano a vendere collanine, ci sono posti per ogni gusto: narghilè. sushi, birre artigianali, i due restano un po' perplessi ma si tuffano avidamente sulle novità etniche con una curiosità da scimmie, brontolano commenti, conoscono poche parole ma il problema non è mai il linguaggio.
Dall'altra parte del Tevere due punk a bestia stanno distesi e abbracciati mentre un cane poco lontano li guarda.

Vivono appena cento metri più in là sfruttando il calore e qualche moneta della manifestazione, al ridosso della pista ciclabile su cui sfrecciano i ciclisti contenti della loro scelta con una sensazione di superiorità etica incompatibile con i loro tragitti quotidiani.
I due stavano piangendo perché un loro amico si era buttato di sotto poco prima, esattamente ventiquattro ore dopo che la sua compagna aveva perso l'equilibrio dopo un litigio.
Non aveva retto al senso di colpa.
Non potevamo saperlo, quando ripassiamo cinque minuti dopo ambulanze e carabinieri hanno acceso le sirene, ma sono fermi, passivi, significa che tutto è finito, in un modo o nell’altro tutto finisce sempre
Il giornale mi comunica il giorno dopo che il tizio è in fin di vita.
Frattura cervicale, forse sopravviverà ma sarà conciato male, il giornalista scrive il pezzo con l’asciuttezza che gli hanno insegnato l’esperienza o le scuole dei loro maestri idioti.

Spesso ho guardato con diffidenza i punk a bestia, li ho sentiti distanti mentre cercavano con poca convinzione di estorcermi qualche spicciolo.
Ai loro occhi ero uguale a tutti gli altri, questo mi dava fastidio, non ero altro che una macchina che emette occasionalmente qualche moneta.
È la stessa sensazione che provo con tutti gli esclusi, i lavavetri, i mendicanti, gli zingari, vorrei poter parlare loro da uomo a uomo e invece abbasso lo sguardo e passo oltre.
Dall'altra parte del Tevere tutto è continuato, la gente beve birrette, alcune turiste sono vestite come troie e come troie si guardano attorno, americane che cercano di rivivere esattamente le parole delle canzoni estive alla Kate Perry.
Non sanno nulla dell'amore, prima o poi si sposeranno con uno che la pensa come loro sulla vita.

Oggi ripenso ai due che il giornale definisce sbandati con il tono paternalistico che mi fa rabbrividire, il loro amore disperato e senza stabilità ha molto più a che fare con l'amore che posso sentire oggi o in qualsiasi altro momento.



venerdì 29 giugno 2012

Pro Italia


Il suono dei clacson mi ricorda l'82, avevo sei anni, le piazze non erano pedonali come ora, le auto ci finivano dentro, ci parcheggiavano, in alcuni film addirittura scendevano le scalinate di trinità dei monti, non c’era il sacro rispetto dei burocrati.
E’ un suono rassicurante e antico, lontano dai suonini digitali dei nostri giorni, è bello come quello dei tamburi che si improvvisavano nei sedili posteriori delle auto, non mi aspetto che lo capisca una come Melissa P.
Lei vive a piazza Vittorio e fa la borghese acquisita merito libri mediocri, fuma erba e fa gli oroscopi, si innamora dieci volte al giorno, così sostiene, tiene il rapporto con i suoi migliori lettori aggiornando continuamente il profilo di Facebook e rispondendo alle loro battute con altre battute.
Si lamenta dei clacson, è abituata ai suonini digitali del suo I Phone e del suo computer che usa per correggere precisamente e inutilmente la punteggiatura del suo ultimo romanzo.
Lei se ne sta lì organizzando cene, preparando ricette mediterranee ed invitando una ristretta cerchia di amici a provarle.
Snobba l'atleta da cui vorrebbe farsi penetrare, prende in giro l'abbigliamento medio come facevo io quando avevo venti anni, è ossessionata dalle calzature maschili come indice di declino.
C’è poco trambusto a Roma stasera, troppo poco, troppi popopo, troppi ritornelli e e cori forzati, è divertente vedere un tipo esultare con la bandiera sopra il fascio, beve un terribile intruglio giallastro, un caldo limoncello rinforzato, si inchina al nero oggi e nemmeno se ne rendo conto.
Il titolo della gazzetta ha una foto, sopra Balotelli a petto nudo e sotto è scritto orgoglio italiano.
Quelli di Repubblica fino a dieci giorni fa attaccavano il declino del calcio italiano e Buffon, ora fanno marcia indietro per vendere giornali.
Melissa scriverà status sulla decadenza dei costumi mentre altri diranno è solo calcio, come se il calcio fosse nulla, alcuni  la crisi.
Anche a Pertini nel 1982 chiesero è giusto festeggiare visto il momento che viviamo.
La crisi c’era anche allora, cambiano solo le forme in cui si manifesta.
Pertini si arrabbiò e scuotendo la pipa disse “Perché bisogna sempre pensare al male? Stasera festeggiamo, tutti hanno diritto di festeggiare ogni tanto no?”